L'operatore telefonico “Ω” . Anatomia di una squalifica professionale
Nell'immaginario collettivo tratteggiato dai media di massa, andato strutturandosi dagli anni '90 in poi, il call center ha avuto una duplice collocazione: da una parte, come interprete della domanda dei consumatori di un capitalismo dal volto più umano, che tenesse in buon conto il bisogno dei clienti di poter comunicare all'azienda reclami, variazioni di contratto, cessazioni, disservizi, specialmente alla luce della introduzione delle prime leggi in difesa dei consumatori.
Dall'altra, la possibilità per un un cospicuo nucleo di giovani lavoratori di accedere a un ruolo impiegatizio in grandi aziende pubbliche o private, in un settore in espansione.
Questa era la Narrazione. La Realtà ha seguito un altro corso.
In principio fu la lungimiranza di un giudice statunitense. Nel 1968, ad esito di una “class action” nei confronti della Ford per difettività di un certo modello, la casa automobilistica fu costretta ad aprire il primo numero verde della Storia per rispondere alle domande ed ai reclami dei clienti insoddisfatti.
Altre fonti, a mio parere più accreditate, ne fanno risalire la nascita agli anni '50, con la funzione di sondare il grado di soddisfazione della clientela, con le prime commesse ufficiali da parte di gestori di carte di credito con le tecnologie dell'epoca. (Il link in lingua inglese contiene una trattazione approfondita e interessante)
Da allora, la fattispecie si è infinitamente sviluppata e variegata, tanto che quello che era nato come un sostanziale “ufficio reclami” di un “brand”, con mansioni chiare e circoscritte, oramai non può più essere classificato per la natura dell'oggetto dell'attività, ma solo utilizzando le modalità del suo svolgimento.
Questa ultima, nella modesta opinione di chi scrive e nello scopo che questo articolo si prefigge di lumeggiare, è la causa centrale dello smarrimento identitario di classe che ha costretto quello che nasceva come un reparto operativo in buona sostanza sovrapponibile a qualsiasi altro del terziario impiegatizio (acquisti, contabilità, risorse umane), nella spirale che lo ha trasformato nella professione più squalificata del terzo millennio, con ritmi da fabbrica taylorista, ma senza le garanzie a salvaguardia dell'operaio di linea. Con conseguenze non banali, anche come laboratorio della compressione dei diritti del lavoro.
Nel testo che seguirà, si cercherà di
chiarire qualche aspetto marcante dell'attività, e di come si è
trasformata ed evoluta, tenendo ben presente che il centro del
ragionamento, almeno da queste parti, rimane il lavoratore,
considerato nella sua sfera di diritti e nel suo ruolo economico.
1. Definizione e ambito di applicazione: la qualunque
La qualunque.
Davvero, la qualunque. Durante la
ricerca svolta per questo articolo, non è stato possibile
individuare una definizione di operatore che fosse univoca, autorevole e
comprensiva delle infinita varietà di mansioni che si svolgono
all'interno di un call center (o
contact center: questo secondo si differenzia semplicemente per
l'ampliamento degli strumenti di contatto a mail, chat, social
networking).Utilizzeremo come fonte, nella prima parte del ragionamento “Wikipedia”, riconosciuta dalla media dei lettori di internet come fonte terza e autorevole, mutuando la definizione di call center:
“Un singolo centro chiamate è un'infrastruttura unica che può essere composta da un insieme di sistemi PABX e operatori distribuiti sull'intero territorio nazionale o finanche internazionale anche supportato da tecnologie Voice over IP . Un centro chiamate è una centrale telefonica PBX capace di gestire code ACD di chiamate telefoniche. Una chiamata in ingresso può essere accodata in attesa (spesso con musica) di una risorsa telefonica (un operatore o un IVR).”
Più brutalmente, ma con qualche sfumatura romantica, si disegna l'identificazione funzionale del ruolo del lavoratore con la dotazione di capitale che esso utilizza nel corso della propria attività.
Con la funerea minaccia (in cauda venenum) di essere, in ultima istanza, da essa sostituito.
Raccapricciante.
Con il solito, trascurabile, equivoco connaturato a questi tempi
confusi: se viene acquisito come dato il totale dei ricavi, le
remunerazioni di capitale e lavoro si pongono in relazione
inversamente proporzionale. Ovverosia, tanto minore è la quota
di reddito destinata al fattore lavoro, tanto maggiore è la
redditività dell'impresa, e di conseguenza la remunerazione prima
del management e poi della compagine azionaria. Ma questo è in
generale già noto, e i metodi verranno approfonditi più avanti.
Qui, invece, è
interessante evidenziare due punti che sembrano salienti, e decisivi
per capire la dinamica (almeno quella dipendente da cause interne)
della progressiva svalorizzazione che la professione di operatore
telefonico ha subito:
- la natura dell'attività svolta:
- l'inquadramento contrattuale.
1.1 Natura dell'attività
Non sembra esserci
limite all'allargamento delle funzioni e delle possibilità di un
contact center. Da “ufficio reclami”, come era stato concepito
dalla mente pragmatica di quel famoso giudice, esso si è allargato
ai più disparati ambiti del front-office: dai servizi di emergenza
alla vendita; dalla distribuzione dei contatti in entrata tra vari
reparti della stessa organizzazione, al supporto tecnico
specialistico; dalla assistenza sociale agli anziani a quella ai
minori (i più adulti ricorderanno il “Telefono Azzurro”); dalle
informazioni su trasporti e logistica al settore bancario-creditizio,
alla cultura, alla raccolta di dati; in ultimo, ma non ultimo e sotto
vedremo il perché, supporto alle pubbliche amministrazioni.
In quest'esame, il
concetto di funzione elementare tornerà più tardi, quando proveremo
a formulare un'ipotesi sulla distribuzione del valore nella catena di
produzione complessiva.
Esistono poi
distinzioni basate sulla modalità del contatto:
- inbound: call
center strutturato da operatori che ricevono
il primo contatto dall'esterno. Principalmente servizi di assistenza
(tecnica, commerciale, sanitaria). Molto spesso strutturati su più
livelli gerarchicamente ordinati;
- outbound: call
center specializzato nei contatti
verso l'esterno.
Principalmente due i settori di operatività: vendita (prima vendita
o “upselling”) e raccolta di dati . In questo sub-settore, a
minori retribuzioni fisse si accompagnano, generalmente marcati
premi produttività.
1.2 Inquadramento
contrattuale
Non esiste una
normativa di riferimento organica in materia. Essendo per lo più la
forma contrattuale vincolata alla natura dell'attività svolta, vale
il discorso svolto sopra.
La gamma va dalla
collaborazione a progetto mimetica, collaborazione coordinata
e continuativa nell'outbound, con ricchi premi e cotillon
per i fortunati che raggiungono gli obiettivi e sottoscrivono molti
contratti, oppure con retribuzione commisurata a la maggiore delle
due tra ore lavorate e benefici maturati . A tutti gli effetti,
possono essere considerati degli addetti “commerciali”, ma a loro
non tocca il contratto del commercio.
Così come
nell'inbound, si va dai coordinati e continuativi, a
termine somministrati e diretti, indeterminati, tra diretti e
“staff leasing” (indeterminati somministrati).
In effetti, fin
qui nulla di strano. Il settore stesso nasce per “efficientare” i
processi, la flessibilizzazione della contrattualistica sembra
rispondere alla natura inevitabilmente oscillatoria dell'attività
stessa. Come si segnalava sopra, scorporare un costo tipicamente
fisso come quello del lavoro, trasformandolo in acquisto di un
servizio, tipicamente variabile e connesso alla quantità prodotta. O
no? Segnatevelo.
Ne parleremo
sotto, quando affronteremo gli effetti economici complessivi.
Ora, la questione
non può che essere, senza dati in merito, che affrontata sotto il
profilo della argomentazione generale. Il “campo di applicazione”
del CCNL – Imprese esercenti attività di telecomunicazione
(inquadramento di chi vi scrive) recita questo:
“Il presente contratto collettivo si applica alle imprese della tecnologia dell'informazione e della comunicazione, tra cui, a titolo esemplificativo, si indicano:
A) imprese esercenti, con licenze/autorizzazioni ove previste, servizi di telecomunicazione, intendendosi per tali i servizi di telefonia fissa e/o mobile e/o servizi di trasmissione dati e/o contenuti digitali e multimediali anche attraverso l’esercizio di reti e servizi di networking (e-commerce, internet, posta elettronica, ecc.);
C)imprese che forniscono apparati e servizi di gestione, manutenzione e esercizio di impianti e reti di telecomunicazione;
D)imprese di sviluppo e implementazione di servizi per soluzioni tecnologiche applicate anche alle telecomunicazioni e alle imprese che forniscono servizi per contenuti digitali e multimediali. “
Ovverosia, viene allargato a dismisura l'ambito, fino ad renderlo inclusivo di più o meno di tutte le funzioni del terziario, ivi comprese le attività di back-office che il miglioramento tecnologico robotico sta ampliando. Magazzinieri robotizzati, controlli remoti delle reti, internet delle cose, aumenteranno il carico di “funzioni elementari”, così sottratte alla contrattualistica classica di settore e delegate al più ampio e variegato comparto delle telecomunicazioni, come abbiamo visto sopra.
L'impressione, molto personale, che si ha allontanando l'obbiettivo dall'oggetto e allargando il grandangolo, è che lo spostamento delle “funzioni elementari” dall'alto verso il basso proceda di pari passo con la deresponsabilizzazione delle aziende per la qualità del bene o servizio che vendono (o offrono, nel caso delle pubbliche amministrazioni).
2. Effetti economici
Difficile quantificare gli effetti economici sul sistema. Di sicuro si muovono, come sempre, in direzioni opposte. Nelle conclusioni la mia personale opinione.
Nel solco della migliore tradizione della supply-side economics, il cui mantra recita che efficientando la produzione attraverso la diminuzione delle voci di costo, il sistema in generale ne trae giovamento, il primo effetto va sicuramente ricercato in una diminuzione generalizzata dei salari nel settore terziario privato. Va da sé che a parità di tecnologia, se i costi di produzione scendono, sono i salari a scendere. Questo non necessita di spiegazione o ipotesi, ma di un flash-back.
In principio, come dicevamo, le spese di impianto per attivare un call-center erano estremamente alte: l'acquisto di un PABX (smistatore di chiamate, grandi come stanze), portare il servizio di rete telefonica (un filo per ogni operatore, per ogni linea), formazione di un personale specializzato, dato che il centralinista era un mestiere piuttosto complesso. Dunque solo le grandissime aziende avevano la possibilità di accedere a questo tipo di servizi in-house. Da qui la nascita di società specializzate in grado di sostenere il primo costo di impianto, e in grado di ammortizzare la quota di costo della formazione offrendo servizi a una molteplicità di imprese medio-piccole favorendo economie di scala nel settore.
Oggi queste condizioni non valgono più. Il costo di accesso al mercato si è estremamente abbassato per effetto del miglioramento tecnologico e per i bassi tassi di interesse. Un tecnico informatico di medio livello con ventimila euro è in grado di montare un call-center da venti postazioni. La massima parte delle attrezzature oggi è in leasing, forma contrattuale che consente una ampia flessibilità di costi in relazione ai volumi di traffico richiesti. La formazione è spesso decisamente sommaria nell'outbound, maggiore invece nell'inbound ma comunque assai risibile in termini di percentuale di costo (un paio d'ore al mese di media, per quanto la mia esperienza possa valere), e per lo più effettuata a carico dell'azienda cliente o dello Stato, sottoforma di enti regionali, bilaterali, etc.
L'azienda che richiede il servizio (outsourcee) con le proprie procedure in relazione alla propria struttura organica (tanto più complessa e ramificata l'attività dell'azienda, maggiore la formazione necessaria), si occupa di organizzarla, molto spesso intergrata da contributi pubblici, spesso provenienti da organismi “sovranazionali”.
Per una trattazione micro-fondata, centrata soprattutto sulla stratificazione sociologica degli operatori, rimando a questo lavoro del 2011 cura di Vincenzo Fortunato, davvero ben fatto ed esaustivo sotto il profilo sociologico, a mio avviso.
La questione più delicata dell'effetto sull'equilibrio macroeconomico deve analizzare la struttura dei costi: oggi circa l'80% dei costi di produzione è indirizzata alla remunerazione del lavoro non-dirigenziale, particolare dalle conseguenze non banali: la compressione del costo del lavoro si traduce in una remunerazione esponenzialmente maggiore per il capitale investito. Fondamentale quindi l'aspetto del contesto generale del mondo del lavoro, più precisamente dell'andamento della disoccupazione e del grado di sindacalizzazione dei lavoratori.
Qui dobbiamo
procedere per ipotesi, suffragata da alcuni assunti generali.
Possiamo ipotizzare ad esempio che la remunerazione, data la natura
“fluida” del settore e degli addetti allo stesso, sia più
reattiva quando il tasso di disoccupazione sale, data la scarsa
formazione che in molti frangenti, essa richiede: quindi saranno
disposti a entrare nel mercato individui
over-skilled e a un costo minore. Ovviamente, l'ipotesi è che la
retribuzione (o le tutele contrattuali) diminuisca. Non vale la pena
soffermarsi sulle difficoltà di misurare questo valore in maniera
oggettiva, va da sé che dall'analisi del paper di cui sopra,
emerge una pesante dinamica di questo tipo in particolare per
l'Italia, praticamente nulla nel nord europa.
Quando invece il
tasso di disoccupazione scende, quindi aumenta la difficoltà di
reperire “risorse” lavorative la reazione attesa nell'ipotesi è
che la retribuzione non cresca con la stessa rapidità con la quale
si contrae. Il dato qui è empirico: si è passati da contratti
sostanzialmente sovrapponibili agli altri del terziario,
progressivamente a situazioni di taglio di ore con supplenza di
straordinari, per evitare l'erogazione dii buoni pasto; diminuzione della latenza
tra una chiamata e l'altra, diminuzione dei tempi di gestione medi.
Attraverso il
processo di out-sourcing, inoltre, la casa madre separa la propria
immagine dall'avvitamento delle condizioni di lavoro, salvaguardando
così il brand, e riuscendo comunque a meglio districarsi dai
momenti di crisi (mutuando dall'economia aziendale, nel breve periodo
è sufficiente supplire ai costi fissi, che con questo metodo vengono
abbattuti). Questo comportamento può essere riscontrato praticamente
in ogni settore, più marcato (perché più odioso) nei prodotti di
alta gamma, ovvero con uno scarso grado di sostituibilità del
marchio: alta moda, tecnologia, automobili.
L'effetto complessivo così
ottenuto è di spostare il rischio di impresa dal capitale,
attraverso l'outsourcer, sul lavoro e sullo Stato, attraverso la CIG,
cui storicamente queste imprese hanno fatto ampio e ricorrente
ricorso.
Stato che, però,
è spesso complice dello stratagemma elaborato dal capitale privato. Molte
pubbliche amministrazioni, per non dire tutte, nonché partecipate
statali nel settore dell'energia, hanno fatto e fanno ampio ricorso
all'esternalizzazione dei servizi telematici. A partire dalla legge
di riforma costituzionale n°3/2001, riforma la Costituzione
introducendo all'articolo
118, comma 4, il c.d. “principio
di sussidiarietà orizzontale”. Non è questa la sede per
un'analisi della Costituzione, né il sottoscritto è in grado di
fornirne un'esegesi compiuta. Rimane il dubbio che, a fronte di una
realtà amministrativa che ampiamente faceva ricorso ai privati per
l'approvvigionamento di beni e servizi, la novella assuma lo stigma
di un'esortazione aggiuntiva all'idea dello “Stato minimo”. Tutti
i servizi di contact center delle pubbliche amministrazioni, sono
appaltati ad aziende private, con conseguente ampio ricorso alla
contrattualistica privata per lo svolgimento di funzioni pubbliche,
che l'art.
97 esplicitamente vietava, salvo i casi stabiliti dalla legge. Lo
stesso articolo, così
riformato dal governo Monti, sottopone gli stessi uffici al
vincolo di bilancio, dunque virtualmente li autorizza
all'esternalizzazione
di detti servizi per esigenze di costo.
Un
esempio per tutti, il call center dell'INPS.
Un ultimo elemento
va aggiunto all'analisi della condizione di detti lavoratori, considerati finora in un mercato chiuso.
L'apertura delle
frontiere e la relativa liberalizzazione dei movimenti di capitale e
lavoro, la progressiva concentrazione in imprese multinazionali dei
servizi ad alto valore aggiunto, il sostanziale azzeramento dei costi
di impianto della struttura, il dumping
fiscale e salariale, hanno generato lo spostamento della
produzione verso paesi con più favorevoli condizioni di costo
(spesso correlate con minori tutele sindacali e sanitarie), causando
così una maggiore pressione sulla parte di produzione rimasta nel
“Paese-madre”, il Paese cioè dove i ricavi del prodotto
oggetto del servizio vengono realizzati, in particolare sui
lavoratori e sugli enti previdenziali. Questa tendenza è di gran
lunga più marcata nei paesi la cui lingua è più diffusa, dato che
l'unico requisito di base richiesto a ognuno degli operatori è
parlare correntemente la lingua oggetto del servizio, tanto da
diventare oggetto di una poco nota serie TV
Conclusioni
Dopo questo viaggio a volo d'uccello sulle condizioni di lavoro nei call center, e sul motivo per cui questa professione risulti oggi la più squalificata del mercato del lavoro, possiamo trarre alcune conclusioni.
Il generale basso grado di sindacalizzazione e l'erosione dei diritti in questo settore vanno ricercati in almeno cinque ragioni:
- nella
infinita varietà di differenti mansioni svolte e di sistemi
utilizzati, oltre allo scaglionamento degli orari di lavoro
nell'inbound (data
la natura oscillatoria dei servizi rispetto all'orario), che non
favoriscono la discussione, il confronto tra situazioni, che non
possono essere uguali per definizione, e che quindi impediscono o
rendono difficoltosa la creazione di piattaforme di rivendicazione
comuni;
- la
globalizzazione dei mercati, che
in assenza di barriere al movimento dei capitali,
permette alle multinazionali del settore di spostare la produzione
dove essi si aspettano che sia maggiormente remunerato. In questo
scenario, paesi ad alta scolarizzazione e basse tutele sociali sono
preferiti ai “Paesi-madre”;
- i
bassi costi di impianto permettono una feroce concorrenza tra
imprese medio piccole, con evidente vantaggio dell'outsourcee, che
può giovarsi di un avvitamento al ribasso del prezzo delle commesse
- quando
il servizio offerto sia appaltato da un big
player
(generalmente i più remunerativi) ed assegnato in esclusiva,
l'azienda che esercita l'attività di call center si trova nella
condizione di avere un solo cliente dal quale effettivamente dipende, e quindi
essere comunque in condizioni di mercato sfavorevoli di monopolio della domanda. La compressione dei diritti dei lavoratori è un sistema per recuperare redditività;
- ad
opinione di chi scrive, una
campagna stampa deplorevole
che per vent'anni ha dipinto il call center come l'anticamera
dell'inferno, a mezzo stampa, cinema, romanzi e sociologia da
rotocalco, con lo scopo di demolire finanche la autostima dei lavoratori coinvolti, demotivandoli e desindacalizzandoli.
Il sistema economico in generale non ne trae migliore giovamento: le retribuzioni subiscono una contrazione dovuta ai vari effetti sommati di cui sopra, la soddisfazione è generalmente scarsa con aggravamento delle condizioni di salute dovuto allo “stress da obiettivo” e ai continui richiami verbali.
Complessivamente,
attraverso la delocalizzazione si produce anche uno
spostamento di tipo macroeconomico di tipo significativo: vi è un
trasferimento di risorse orizzontale e uno verticale.
Orizzontalmente,
dai lavoratori dei diversi “Paesi-madre”, che in quanto
consumatori contribuiscono al successo delle aziende
committenti, ma in quanto lavoratori e cittadini,
vengono defraudati di una quota parte delle retribuzioni (per
effetto del trasferimento dei posti di lavoro e per l'abbassamento
delle tutele salariali) a favore di paesi periferici dumpers
(tipicamente nell'Unione Europea, i Paesi dell'ex blocco di Varsavia,
opportunamente riformati negli anni novanta in direzione
sfrenatamente liberista, sfruttando la crisi seguita alla
dissoluzione di detto blocco), e di una quota parte del welfare
derivante dal carico fiscale in tal modo aggirato.
Verticalmente,
il complesso dei redditi distribuiti dalle aziende verso il fattore
lavoro, considerati a livello aggregato mondiale, diminuisce, così
come parimenti diminuisce la capacità di rivendicazione complessiva
del sistema-lavoro, sempre considerato nel suo aggregato a livello globale.
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